11 Settembre 2021

Buongiorno a tutti e ben ritrovati.

Capita molto spesso, che mi venga chiesto di fare chiarezza circa le tasse che gravano sugli investimenti.

E’ arrivato il momento di fare un po’ di ordine, anche sulla base di alcune novità che circolano in questo periodo.

La Commissione Finanze di Camera e Senato ha dato il via libera, nei giorni scorsi alla proposta di riforma fiscale del governo Draghi. Alcune novità arriverebbero sul fronte della tassazione delle rendite finanziarie.
Tra le proposte in discussione c’è anche il taglio dell’aliquota delle rendite finanziarie, da allineare alla prima aliquota Irpef al 23%, contro una aliquota che al momento è del 26% nella generalità dei casi, salvo il 12,50% per i titoli di stato e il 20% per i fondi pensione.

In questo modo, la tassazione sulle rendite finanziarie sarebbe finalmente resa più razionale.

L’Italia è l’unico stato in cui si opera una distinzione tra “redditi di capitale” e “redditi diversi”.
Da questa distinzione deriva l’impossibilità per l’investitore/contribuente di compensare utili e perdite relativi allo stesso titolo. Ad esempio, se subiamo una minusvalenza dalla rivendita o dalla scadenza di una obbligazione, non possiamo compensarla con le sue cedole. Per non parlare che gli utili realizzati da un investimento in fondi comuni sono trattati come redditi da capitale, mentre le perdite come redditi diversi.

Ma, facciamo un passo indietro e cerchiamo di mettere un po’ di chiarezza in tutti questi concetti, perché la tassazione sugli investimenti finanziari è un tema sul quale c’è sempre molta confusione. Di seguito cercherò di dirvi tutto quello che più importante c’è da sapere su tale argomento.

Cominciamo col dire che quando guadagniamo con i nostri investimenti generiamo due tipologie di redditi:

  1. i redditi di capitale
  2. i redditi diversi

I redditi da capitale si definiscono certi nell’ammontare e nell’esistenza.

Facciamo un esempio: compriamo un’azione Enel e sappiamo che il 10 maggio ci pagherà 10€ di dividendo. Quel dividendo è certo nell’ammontare in quanto è di 10€. Inoltre, è certo nell’esistenza, in quanto è stato già approvato dall’assemblea e quindi non può essere messo in dubbio. Lo stesso concetto vale per le cedole delle obbligazioni.

I redditi diversi sono invece incerti nell’ammontare e nell’esistenza.

In questo caso ci riferiamo a plusvalenze e minusvalenze, generate ad esempio dalla compravendita di azioni e di obbligazioni. Se compriamo un’azione o un’obbligazione, non possiamo dire con certezza quale sarà il profitto o la perdita che avremo. Deve essere considerato come un reddito diverso e sconterà un’imposta diversa.

La cosa importante da capire è questa: redditi da capitale e redditi diversi non possono essere compensati tra di loro, perché è come se fossero racchiusi in scatole distinte.
Nel caso dei redditi diversi, lo Stato ci permette di fare una compensazione tra le minusvalenze pregresse e le plusvalenze successive.

Supponiamo che nel 2020 abbiamo perso 1.000€ attraverso la compravendita di azioni. Abbiamo generato 1.000€ di minusvalenze che rientrano nella categoria di redditi diversi.
Bene, questi 1.000€ mi creano uno zainetto fiscale, ossia, lo stato mi permette di recuperarli fiscalmente con la tassazione da plusvalenze finanziarie.

Per recuperare le minusvalenze maturate in ciascun anno specifico abbiamo a disposizione lo stesso anno e i 4 anni successivi. Scaduti questi termini perdiamo questo bonus fiscale.

Quando subiamo delle perdite, otterremo sempre dei redditi diversi.

Quando invece otteniamo dei profitti arrivano le difficoltà, perché a seconda dello strumento finanziario che stiamo utilizzando, possiamo generare dei redditi diversi o dei redditi da capitale.

Di seguito un elenco di strumenti finanziari con la corrispondente possibilità di compensare i loro redditi diversi e/o di capitale.

Sui fondi e sicav ed etf la situazione è abbastanza assurda.
Non si capisce per quale motivo lo Stato italiano consideri le plusvalenze ottenute dalla loro compravendita come redditi da capitale, e quindi come redditi certi nell’ammontare e nell’esistenza. Quindi, per quello che abbiamo detto prima, non permette di recuperare le tasse sulle minus pregresse.

Ma approfondiamo meglio che genere di aliquote si pagano.
Le plusvalenze generate dagli investimenti finanziari, in inglese capital gain sono assoggettate a una tassazione che è via via cresciuta nel tempo. Fino al 31/12/2001 le tasse sul capital gain erano pari al 12,5% del guadagno realizzato. Dal 01/01/2002 al 30/06/2014 sono salite al 20% e dal 01/07/2014 sono state ulteriormente aumentate portandole al 26% sulla maggior parte degli strumenti finanziari.

I redditi di capitale sono sottoposti ad una tassazione del 26%, tranne i proventi derivanti da titoli di Stato, risparmio postale, titoli di stato presenti nella white list (esempio Bund, Btp), titoli sovranazionali (esempio obbligazioni della World Bank, della BCE) tassati al 12,5%.

I redditi diversi sono plusvalenze e sono sottoposti ad un’aliquota del 26%, tranne:

  • compravendita di titoli di Stato, titoli di stato presenti nella white list (esempio Bund, Btp), titoli sovranazionali (esempio obbligazioni della World Bank, della BCE) tassati al 12,5%
  • PIR, esenti, se mantenuti per cinque anni;
  • Fondi pensione tassati al 20%

Per quanto riguarda la determinazione della base imponibile si prevede, come detto prima, la possibilità di dedurre le minusvalenze.

Una precisazione, quando investiamo in un etf o in un fondo o sicav che investe a sua volta in titoli di stato che sono in white list, sulla parte del capitale investito in questi titoli pagheremo il 12,5% e sul restante il 26%.

Come ultimo aspetto vi vorrei parlare dell’imposta di bollo. L’imposta di bollo non è altro che una piccola patrimoniale. L’hanno chiamata imposta di bollo ma di fatto è una tassa sul patrimonio.

L’imposta di bollo ammonta a 34,20€ l’anno per conti correnti e libretti di risparmio postali o bancari, se la giacenza media supera i 5.000€. Se la giacenza media è inferiore ai 5.000€, allora l’imposta di bollo non è dovuta.

Per tutto il resto, l’imposta di bollo assume il valore dello 0,2% annuo.

Quindi se abbiamo 100.000€ investiti in qualsiasi strumento finanziario, sappiamo che paghiamo lo 0,2% annuo, ossia 200€. Anche i conti correnti vincolati, i conti deposito e buoni fruttiferi postali pagano un’imposta di bollo pari allo 0,20%.
Sono invece esenti da imposta di bollo le polizze vita ramo I, così dette Gestioni Separate.

In tanti mi dicono “vabbè allora sai che c’è, apro il conto all’estero per pagare meno tasse.”
In realtà un conto corrente all’estero va dichiarato con la compilazione del Quadro RW, quindi implica anche il versamento, allo Stato italiano, di un’imposta: l’Ivafe ossia l’Imposta sul Valore delle Attività Finanziarie detenute all’Estero, equivalente all’imposta di bollo dovuta sui prodotti finanziari italiani, con l’aliquota dello 0,20%. Inoltre, anche per questi conti correnti esteri, l’imposta è stabilita nella misura fissa di 34,20 euro per ciascun conto corrente o libretto di risparmio detenuto all’estero che supera i 5.000 €.

E anche per oggi spero di esservi stata di aiuto nel comprendere un altro tassello di quello che è il mondo della finanza e degli investimenti.

Buona colazione e buon sabato.
Fedora

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