16 Aprile 2022

Certo che sì! Lo spieghiamo attraverso il concetto del rendimento a scadenza di un titolo obbligazionario. 

Buongiorno e ben ritrovati.

Anche in questo sabato Santo vorrei accompagnarvi con la mia abituale colazione.

Domani avrò modo di entrare di nuovo nelle vostre case per gli auguri di Pasqua.

Quello che ci sta accompagnando in questi primi quattro mesi del 2022 è sicuramente ahimè il conflitto tra Russia e Ucraina, ma anche un fenomeno che non vedevamo così alto dal 1991: l’inflazione.

Un inflazione che per l’Europa è definita “cattiva”, ovvero un aumento dei prezzi dovuta alla scarsità delle materie prime che sono diventate sempre più care, quindi una inflazione detta da offerta, e non una inflazione da domanda, cioè una inflazione “buona”.

Ovvero quello che abbiamo tutti toccato con mano è che i prezzi sono saliti, ma il nostro stipendio o la nostra pensione non ha seguito lo stesso andamento.

L’incide core dell’inflazione, quello al netto di energia e alimentari, il preferito della Banca Centrale Americana, Fed, ha segnato un aumento del 6% accelerando rispetto al 5,5% di dicembre. I prezzi delle auto usate, schizzati del 40,5% rispetto a gennaio dello scorso anno. Gli alimentari hanno segnato un aumento del 7%, spingendo al rialzo i prezzi dei ristoranti e dei fast-food, rincarati dell’8%. I prezzi dell’energia sono saliti dello 0,9% rispetto a dicembre e del 27% su base annua.

Il dato dell’inflazione più alto degli ultimi 40 anni.

Questo fenomeno si porta dietro un effetto che è quello di un innalzamento dei tassi di interesse sulle obbligazioni e sui titoli di stato, che ha come conseguenza un abbassamento dei prezzi di questi asset nel nostro portafoglio.

Il tutto, poi non è stato graduale, ovvero non si è sviluppato in alcuni anni, come dovrebbe essere, ma è stato repentino ed è avvenuto in alcuni mesi, lasciandoci tutti impreparati, asset manager dei principali fondi obbligazionari compresi.

Si, ho capito, sono andata troppo veloce, il concetto spesso non è così intuibile.

Ma sono qui per spiegarvelo in parole semplici, facciamo un passo indietro e vediamo cosa è successo, ma soprattutto capiamo cosa possiamo fare noi sui nostri portafogli.

I maggiori indici obbligazionari internazionali hanno segnato nel primo trimestre del 2022 perdite che vanno dal 3% ad oltre il 6%. L’indice globale Bloomberg Barclays Aggregate evidenza una perdita totale, comprese le cedole, del 6,3%. 

I titoli governativi globali dell’indice Merrill Lynch hanno lasciato sul terreno in 3 mesi il 5,10% del loro valore e per le obbligazioni di area euro la perdita sale al 5,85%. 

Anche le emissioni italiane, hanno avuto un calo complessivamente del 4,41% per le scadenze a due/quattro anni, mentre i BTP a scadenze più lunghe (i 15 e i 30 anni) hanno viste perdite di prezzo anche a doppia cifra. 

Il grafico qui di seguito rappresenta l’andamento del titolo di stato italiano BTP scadenza aprile 2031, che il 3 gennaio 2022 valeva 98,21 oggi vale 88,80, ovvero una discesa in tre mesi del 9,41%.

Sempre di seguito una immagine tratta dal “Sole24ore” di qualche giorno fa che mette a confronto le performance annuali dei marcati obbligazionari dal 1977 ad oggi. 

Possiamo vedere, che in 45 anni di storia, gli anni di rendimenti negativi sono stati nel 1994 (-2,90%) e nel 2013 (-2%). 

E’ importante ricordare che gli anni successivi, agli anni con performance negative, il mercato ha saputo più che azzerato le perdite dell’anno precedente infatti nel 1995 abbiamo registrato un +18,5% e nel 2014 un +6%.

Ma quel è il meccanismo che causa queste perdite e il loro recupero?

L’effetto dell’aumento dei tassi di interesse fissato dalle banche centrali, o  meglio delle aspettative sui tassi, che precedono le decisioni delle banche centrali, ha un impatto negativo per le quotazioni di mercato dei titoli già emessi. 

In pratica all’aumento di un punto percentuale dei rendimenti di un titolo decennale come il Btp (passato in pochi mesi dall’1 a oltre il 2%), corrisponde una perdita di circa il 7% nelle quotazioni dei titoli già emessi. 

Le ragioni sono poco intuitive ma vediamo di chiarirle: se le nuove emissioni renderanno di più, soprattutto per tentare di stare dietro a un tasso di inflazione galoppante, le vecchie emissioni con cedola più bassa varranno di meno e quindi avranno un prezzo inferiore.

Ma la domanda che dobbiamo farci è la seguente: “Siamo sicuri che un aumento dei tassi di interesse rappresenti sempre una cattiva notizia per le obbligazioni?”.

La risposta è: “No!”. 

E il tutto è reso ancora più chiaro dal concetto importante che è dietro al funzionamento delle obbligazioni che è il: rendimento a scadenza di un titolo obbligazionario.

Esso rappresenta il rendimento complessivo che l’investitore può ottenere da un bond a condizione che lo tenga fino alla scadenza, che reinvesta tutte le cedole e che l’emittente paghi con regolarità le cedole e rimborsi il capitale alla scadenza.

L’esempio qui sotto, è quello di un titolo obbligazionario che ha un tasso del 3% e che scade dopo 5 anni. Si suppone un aumento di tassi di interesse da parte delle Banche Centrali di un 1%.

Notiamo che sul mercato il nostro titolo obbligazionario subisce nell’immediato un abbassamento di prezzo. 

Ma vediamo come l’effetto del prezzo alla scadenza 100% (il pull to par), il reinvestimento della cedola a tassi via via più alti e il guadagno/perdita in conto capitale,  portino il titolo alla scadenza a un rendimento maggiore a quello atteso nel momento dell’acquisto.

 

Si può parlare di total return, un “rendimento totale”, dal momento che tiene conto non solo delle cedole che verranno staccate dall’acquisto fino alla scadenza ma anche del prezzo di acquisto e del valore di rimborso finale. 

Detto tutto questo, sono sempre più convinta che le obbligazioni in portafoglio non possono essere tolte, e una percentuale che va dal 50%, 60% al 70% del portafoglio, in base al profilo di rischio ci debba essere.

Come ultima riflessione propongo, il grafico qui sotto offerto dalla società di gestione PIMCO.

La volatilità che ha avuto l’asset class delle azioni rispetto all’asset class delle obbligazioni e il tempo necessario di recupero è molto maggiore per la prima rispetto la seconda.

Il grafico di sinistra, delle azioni, ha avuto movimenti molto più ampi e lunghi nel tempo, mentre quello di destra, delle obbligazioni (effettuato sulla stessa scala) ha avuto movimenti (drawdown) molto più circoscritti in ampiezza e nell’asse del tempo.

Infatti, penso sia proprio questa la chiave di lettura dei bond in portafoglio. 

Non per cercare rendimento, ma per limitare i cali, unita ad una buona diversificazione, quando le cose si mettono male. 

Per fare questo, anche all’interno della stessa asset class obbligazionaria occorrono 3 accorgimenti:

  1. Diversificazione per emittenti, valute, stili (indicizzate ad inflazione, step up, green ecc…)
  2. Duration inferiore ai 7 anni (il “rischio” lato obbligazioni)
  3. Diversificazione per prodotti (singoli bond, ETF)

Inoltre c’è sicuramente una altro aspetto da considerare: nonostante le obbligazioni segnano dei cali in questo momento, l’altra faccia della medaglia vede gli stessi rendimenti in pancia a fondi ed ETF obbligazionari salire, migliorando l’appeal di quest’asset class in ottica futura.

Vi saluto anche oggi, buon sabato e buona colazione.

A presto!

Fedora

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