5 Marzo 2022

Buongiorno e ben ritrovati. Mi sono dibattuta molto su cosa scrivere in questo articolo e poi mi sono detta: “sicuramente abbiamo letto e sentito tantissimo su questo conflitto, ma allo stesso tempo forse non è chiaro per tutti da dove è nato e come abbiamo fatto ad arrivare fino a questo triste epilogo”.

Quindi eccomi qui a cercare di spiegare in parole semplici l’argomento più dibattuto di questo mese: il conflitto tra Russia e Ucraina.

Ormai è una guerra conclamata quella tra Russia e Ucraina, dopo che Putin ha dato il via all’invasione la notte tra il 23 e il 24 febbraio.

La motivazione ufficiale è:

  • la protezione degli ucraini filorussi, due zone dell’Ucraina filorusse si sono autoproclamate
  • repubbliche indipendenti di Donetsk e Lugansk;
    la smilitarizzazione del Paese che Putin vorrebbe neutrale e fuori dai favori dell’Unione Europea.

Le motivazioni reali sono invece:

  • riportare l’Ucraina nell’orbita di Mosca;
  • creare in Ucraina un governo filorusso che la allontani dall’Europa occidentale;
  • impedire un ulteriore spostamento della Nato verso Est, evitando che vi entri l’Ucraina e quindi tornare a creare dei paesi cuscinetto tra la Russia e l’Europa Occidentale.

Inoltre, secondo fonti di intelligence ucraine Putin avrebbe una altra strategia a lungo termine:

  • Arrivare ad ottenere il controllo dell’Ucraina orientale, la parte a est del fiume Dnepr. “L’obiettivo potrebbe essere di dividere l’Ucraina in est e ovest, lungo il corso del Dnieper, come era un tempo la Germania”. A quel punto la Russia avrebbe ottenuto di instaurare una zona ‘cuscinetto’ tra la Russia e i paesi occidentali, utile a garantire la propria sicurezza. Inoltre, con l’Ucraina smembrata e sotto occupazione, questa non possa mai ottenere lo status di adesione alla Nato.

Di seguito riporto una cartina, tratta dal sito dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) aggiornata al 27 di febbraio in cui le zone “rosse” indicano gli attuali territori occupati o contesi dai Russi.

Ma la crisi tra Russia e Ucraina non è scoppiata all’improvviso: il contrasto dura da otto anni ovvero da quando nel 2014, Mosca ha invaso e annesso la penisola di Crimea e sostenuto i movimenti separatisti nella regione del Donbass, in Ucraina orientale.

Cerchiamo di fare un veloce passo indietro…

Il 21 novembre del 2013 in Ucraina iniziano manifestazioni spontanee della popolazione contro la sospensione, da parte del governo ucraino, della firma di un accordo tra Ucraina ed Unione Europea di associazione e libero scambio.

Le manifestazioni che si sono succedute dal 21 novembre sono state chiamate Euromaidan
Il nome è composto di due parti: “Euro” inteso come abbreviazione di Europa, e “Maidan” in quanto si riferisce a Majdán Nezaléžnosti, in italiano, “piazza Indipendenza”, la piazza principale di Kiev, dove si concentrarono le proteste iniziali. Durante le proteste la parola “Maidan” “piazza” giunse a indicare di per sé l’attività politica in pubblico.

E’ da ricordare che nel dicembre 2013, il 45-50% degli ucraini appoggiava l’Euromaidan, mentre tra il 42 e il 50% vi si è opposto. Il maggiore sostegno alla protesta si trovava a Kiev, dove circa il 75% della popolazione era favorevole, e nell’Ucraina occidentale con oltre l’80% di favorevoli.

I sondaggi mostrarono anche che la nazione era divisa in due: mentre la maggioranza dei giovani era pro-europeista, le generazioni più anziane, di oltre i 50 anni, più spesso preferivano l’unione doganale con la Bielorussia, il Kazakistan e la Russia.

L’Euromaidan si caratterizzò come un evento di notevole importanza politica per l’Unione Europea, in particolare come “il più grande raduno pro-europeista mai avvenuto nella storia della Nazione“.

Le cause della protesta

Il 30 marzo 2012 l’Unione Europea e l’Ucraina avviavano un accordo di scambio commerciale. Tuttavia, i leader dell’UE dichiararono che l’accordo non sarebbe stato firmato se l’Ucraina non avesse affrontato alcune questioni sull’applicazione di una vera democrazia e sullo “Stato di diritto”.

Però a metà dell’agosto 2013, la Russia modificò le proprie regole doganali sulle importazioni dall’Ucraina in modo tale il Dipartimento delle Dogane russo avrebbe fermato tutte le merci provenienti dall’Ucraina. Tale mossa fu vista come l’inizio di una guerra commerciale tra Russia e Ucraina, strategia di pressione tesa ad evitare che quest’ultima firmasse l’accordo commerciale con l’Unione europea. Il 18 dicembre 2013, il ministro ucraino per la politica industriale, dichiarò che il valore delle mancate esportazioni era sceso di 1,4 miliardi di dollari, pari ad un calo del 10% su base annua.

Il 21 novembre 2013 il governo ucraino sospese i preparativi per la firma dell’accordo di associazione.

Il motivo ufficiale fu che nei mesi precedenti l’Ucraina aveva vissuto “un calo della produzione industriale e delle relazioni con i paesi della Comunità degli Stati Indipendenti CSI“. Il governo inoltre assicurò che ” l’Ucraina avrebbe ripreso la preparazione dell’accordo europeo nel momento in cui la produzione industriale e le relazioni con i paesi della CSI sarebbero stati compensati dal mercato europeo”. Le condizioni estremamente severe, di un prestito del Fondo Monetario Internazionale che comprendevano grandi tagli al bilancio e un aumento del 40% delle bollette del gas, erano stati il motivo a favore della decisione del governo ucraino di sospendere i preparativi per la firma dell’accordo di associazione europeo.

Il presidente Janukovich partecipò al vertice UE del 28-29 novembre 2013 a Vilnius, dove inizialmente era prevista la sottoscrizione dell’accordo di associazione, ma l’accordo non venne sottoscritto. Sia Janukovich che gli alti funzionari dell’UE dichiararono di voler firmare l’accordo di associazione in una data successiva.

Le proteste interne dell’Ucraina contro il mancato accordo con l’UE sono durate tre mesi ed hanno assunto le caratteristiche di una vera e propria guerra civile.

Era il 20 febbraio 2014: fu allora che iniziò l’invasione della Crimea da parte delle forze armate della Russia. Fu la reazione di Mosca alla perdita di potere del presidente, Viktor Janukovich, e del suo governo da parte del Parlamento ucraino in seguito alle manifestazioni dell’Euromaidan.

Dopo molti scontri e centinaia di morti, il 21 febbraio 2014 il presidente ucraino Viktor Janukovich fugge e lascia l’Ucraina.

In realtà, l’occupazione della Crimea vera e propria era stata preceduta dai cosiddetti “omini verdi”, miliziani armati privi di insegne militari mandati nella penisola a costituire la cosiddetta “autodifesa della Crimea”, mentre lungo le coste del Mar Nero apparve la flotta dell’Armata della federazione russa.

Fu dopo il 20 febbraio che alle porte di Sebastopoli comparvero i primi posti di blocco russi, accompagnati da mezzi corazzati.

Due giorni dopo, Putin convocò i capi militari per discutere della “liberazione” di Janukovich, sottolineando che sarebbe stato necessario “iniziare a lavorare per il ritorno della Crimea in Russia”.

Dopo alcune manifestazioni pro-russe a Sebastopoli, il 27 febbraio diverse formazioni di “omini verdi” entrarono in un conflitti a fuoco con le forze armate ucraine per poi assumere il controllo del Parlamento della Crimea.

Insediato un governo filorusso, venne organizzato a tempo record un referendum sulla “autodeterminazione della Crimea”, che si concluderà con un risultato poco trasparente superiore al 95% di voti favorevoli.  

Il 18 marzo 2014, infine, Mosca incorpora formalmente la Crimea e Sebastopoli come due soggetti federali della Federazione russa.

Il mondo intero protesta: l’annessione è considerata una flagrante violazione del diritto internazionale, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina. 

Sia l’Unione europea che gli Stati Uniti hanno reagito con vari tipi di sanzioni dopo l’annessione della Crimea alla Russia, cercando di danneggiare le imprese, gli oligarchi, i settori, i singoli prodotti russi. Non hanno funzionato perché erano costruite per non funzionare, visto che cercavano al contempo di danneggiare l’economia russa ma anche di proteggere i settori per noi vitali, come quello dell’energia.

Ma quindi perché ancora oggi si parla di sanzioni economiche e non di una risposta militare? 

  1. Perché la Russia è uno dei pochi paesi al mondo ad avere al bomba atomica. Una escalation militare, dunque, non è raccomandabile: una guerra tra paesi dotati di armi atomiche, infatti, avrebbe conseguenze catastrofiche a livello mondiale.
  2. Inoltre, oggi circa il 36% del gas importato viene da Mosca. E dire che nel corso di questi anni l’Ue ha cercato attivamente di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento di gas, in particolare puntando sul gas naturale liquefatto (GNL) dopo il 2009 e 2010, quando per la prima volta la Russia chiuse i rubinetti verso l’Ucraina e parte dell’Unione.

C’è da dire, però che la “dipendenza” dalla Russia è un fatto strutturale e geografico poichè è molto più facile ed economico trasportare gas via tubo, e un enorme produttore non lontano dai grandi consumatori europei è un partner inevitabile.Quindi, malgrado le intenzioni sulla carta fossero quelle di diversificare le forniture, il calo di produzione in Norvegia, i problemi di produzione in Algeria e l’instabilità in Libia hanno al contrario aumentato la dipendenza europea dal gas russo negli ultimi anni.

Di seguito riporto una cartina, tratta dal sito dell’ ”ISPI: istituto per gli studi di politica internazionale” aggiornata al 2020 in cui è indicata la dipendenza dal gas rispetto i principali paesi confinanti con l’UE.

Inoltre, c’è da dire che l’Italia è il paese europeo che più fa ricorso al gas naturale: una quota del 42,5% del mix energetico. Quasi quanto la somma delle rispettive quote in Germania (26%) e Francia (17%).

I francesi possono contare sul nucleare, che soddisfa quasi i due terzi del fabbisogno elettrico francese. La Germania è più virtuosa nelle rinnovabili ma rispetto a noi fa anche molto più ricorso al carbone.

Questo vuol dire che noi italiani siamo più dipendenti dal gas russo di tutti gli altri. Il peso del gas è sicuramente uno degli elementi da tenere in considerazione ma bisogna anche considerare quanto di questo gas viene importato dalla Russia e la quantità di gas importato sul totale dei consumi nazionali.

ISPI ha creato il grafico sottostante per indicare la dipendenza dal gas russo. Si nota come l’Italia, sia tra i principali Paesi europei il più dipendente dalle forniture di Mosca.

Torniamo un attimo alle possibili conseguenze di questa guerra sugli indici finanziari e in particolare ci domandiamo: “Quanto ci vuole perché i mercati possano recuperare le perdite causate da una crisi o un conflitto come questo? 

Visto che non abbiamo la “sfera di cristallo” ma vogliamo avere una risposta che abbia un po’ di valenza scientifica andiamo a vedere cosa può dirci il passato sull’impatto che una guerra può avere sui mercati?

Con il grafico qui sotto, sempre ISPI, ha provato a contare i giorni che ci sono voluti perché l’indice Standard & Poor’s 500: indice formato dai titoli azionari delle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, recuperasse quanto perso in occasione di alcune delle principali guerre degli ultimi decenni: dai 31 giorni dopo l’attacco alle Torri gemelle nel 2001, ai quasi 200 giorni dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein nel 1990.

E la guerra in Ucraina…?

Ad oggi, i mercati finanziari hanno avuto un andamento altalenante: se nella giornata di giovedì 24 febbraio le principali borse europee avevano registrato una perdita media del 4%, già il giorno successivo, venerdì 25 si è verificato un recupero quasi totale con i principali listini che hanno chiuso con risultati tra +3,5% e 4%.

Quello che si può prevedere ad oggi è che questa situazione di volatilità sui mercati finanziari proseguirà, ma anche che una volta terminato il conflitto, o “dimenticato il conflitto” dalle borse mondiali, queste torneranno a salire nel tempo premiando l’investimento a lungo termine, unico baluardo alla volatilità a breve.

Buona colazione e buon sabato!
Fedora

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