25 Giugno 2022

E’ sotto gli occhi di tutti il cambiamento climatico in atto in questo ultimo periodo. I titoli dei giornali in questi giorni riportano:

“Alcuni miliardi di cavallette stanno spazzando 30mila ettari della provincia di Nuoro. Mangeranno 200-250 tonnellate di vegetali al giorno, meglio se verdi e irrigati, presi dai campi coltivati, poi a fine luglio spariranno come sono arrivate. Nel frattempo ai contadini non resta che contemplare la distruzione delle loro colture”.

“La siccità sta colpendo dappertutto, ma a pagare le conseguenze più salate in questo momento è il fiume Po: il principale bacino idrografico in Italia sta conoscendo la secca più grave degli ultimi 70 anni. In alcuni tratti il livello del fiume è 4 metri sotto la media stagionale, e l’acqua comincia a non bastare nemmeno per irrigare i campi. L’Autorità del bacino del Po vista la delicatezza della situazione ha dichiarato l’allarme rosso per il fiume, il livello di emergenza più grave”.

A fine maggio a Davos, in Svizzera, si è tenuto l’incontro annuale del World Economic Forum, una fondazione senza fini di lucro con sede a Ginevra che riunisce tutti gli anni politici e imprenditori delle più importanti aziende del mondo, per parlare di economia e società.

Questa edizione del Forum di Davos, si riunisce in un mondo molto cambiato rispetto all’ultima edizione di gennaio 2020. Cambiamenti profondi provocati dalla pandemia, e soprattutto dal conflitto Russa-Ucraina stanno mettendo in discussione molti dei princìpi su cui il Forum si basa, come la globalizzazione e i liberi commerci.

Per la prima volta dal crollo dell’Unione Sovietica, per esempio, in quest’edizione non ha partecipato nemmeno un politico o un imprenditore russo.

La pandemia ha iniziato a dare nuova forma al pianeta, portando alla luce problemi e urgenze. Il Covid, non ancora debellato del tutto è stato il preludio di cambiamenti epocali.

Il quadro attuale è composto da una guerra in Europa, una crisi energetica senza precedenti e una transizione green che pressa i leader globali, poiché le conseguenze di non tenerla in considerazione è sotto gli occhi di tutti.

Ma cosa è cambiato dal 2020 ad oggi?

Il 2020 è stato l’anno dei grandi annunci di svolta climatica dei più importanti Paesi del mondo, con Unione Europea, Cina, Giappone e Stati Uniti che annunciavano piani ambiziosi per arrivare alla neutralità climatica al Net Zero entro la metà del secolo.

Il Net Zero consiste nell’obiettivo di raggiungere “emissioni nette zero” di gas serra, allo scopo di contenere il riscaldamento climatico globale: questo obiettivo è in linea con il target dell’Accordo di Parigi, che intende limitare il riscaldamento globale a +1,5°C entro la fine secolo.

Se il concetto di Carbon neutrality è cercare di ottenere un risultato finale di zero emissioni di carbonio per un’azienda, un sito, un prodotto, prima misurando, poi riducendo le emissioni nella misura in cui ciò è possibile e successivamente compensando le emissioni rimanenti con una quantità equivalente di emissioni evitate o compensate (offset emissions); ciò può essere ottenuto acquistando crediti di compensazione delle emissioni di carbonio (carbon offset credits) per compensare la differenza.

Net Zero è invece un obiettivo più ambizioso che si applica all’intera organizzazione e alla sua catena del valore. Ciò significa ridurre le emissioni indirette di carbonio dai fornitori a monte fino agli utenti finali. Il Net Zero non è un concetto riferibile solo ad un determinato anno di esercizio aziendale, non è temporalmente “puntuale”: indica invece un percorso di lungo termine con l’obiettivo di raggiungere “emissioni nette zero” rispetto alle attività aziendali ed alla sua filiera.

Tale percorso implica una drastica riduzione delle proprie emissioni di CO2 fino ad annullarle, o quasi, entro il 2050: il “quasi” prima utilizzato sta ad indicare che per alcuni settori, qualificati come “hard to abate”, non sarà possibile abbattere totalmente le emissioni entro il 2050 per motivi tecnici o economici si tratta di settori come l’aviazione, l’agricoltura, la siderurgia.

Ad oggi il settore energetico sta cambiando a ritmi senza precedenti per adeguarsi alle esigenze di un mondo in trasformazione. Il grafico seguente mostra le emissioni di gas serra per settore produttivo: elettricità, agricoltura, trasporti, industria edilizia ecc.
E la sua trasformazione entro il 2050. Vediamo come lo scenario cambi notevolmente e come le principali fonti di approvvigionamento di energia diventino: solare, eolico, idrogeno, a scapito del gas e del carbon fossile.

Fonti: Carmignac, BloombergNEF, IPCC, Agenzia internazionale dell’energia (IEA), novembre 2020.

Ma all’inizio del 2022 la situazione cambia profondamente. L’Europa sembra riconoscere che la transizione verde sarà lunga e annuncia l’inserimento del nucleare e del gas tra le fonti “green”, ma anche questo potrebbe non bastare a gestire l’emergenza di breve-medio periodo causata dal conflitto Russa-Ucraina.

Nel frattempo, si parla di riapertura di centrali a carbone, per far fronte a prezzi del gas impazziti e per cercare di ridurre la dipendenza dalla Russia. Dopo la Germania anche i Paesi Bassi stanno alzando il tetto alla produzione delle centrali a carbone nel tentativo di prevenire una crisi energetica invernale dovuta al calo delle forniture di gas dalla Russia. A maggio, infatti, Gazprom ha interrotto le forniture di gas ai Paesi Bassi e Olanda dopo che questi non sono riusciti a pagare le consegne in rubli russi come richiesto da Vladimir Putin.

I Paesi Bassi sono in una fase di carenza di gas, secondo il ministro del clima e dell’energia Rob Jetten, tale carenza ha spinto il governo ad avviare il suo piano di protezione e recupero del gas, lo stesso ha affermato che l’obiettivo generale è di rimuovere le restrizioni sulle centrali elettriche a carbone poiché è necessario riempire gli impianti di stoccaggio del gas nei Paesi Bassi con più di quanto precedentemente concordato dall’Europa per garantire che venga stoccato un sacco di gas prima dell’inverno.

Si apre ora e più che mai la questione: è il momento della grande accelerazione degli investimenti in rinnovabili, o sarà l’energia “del passato” ad assicurare la sicurezza energetica dei Paesi nel breve periodo?

La risposta come sempre è quella che si trova a metà strada tra le due strategie.

Realisticamente, investire solo in società modello non consentirà di raggiungere pienamente un’adeguata riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Ovviamente, non possiamo fare a meno degli operatori del settore delle energie rinnovabili, ma è necessario fare ancora di più.
La posta in gioco è alta, poiché le conseguenze del cambiamento climatico si evolvono più rapidamente del previsto, determinando maggiori calamità naturali a livello mondiale.

È ancora possibile ridurre le emissioni del 50% entro il 2030, ma a una condizione: agire adesso.

Quindi, ritengo che bisogna investire non solo in provider di energia green, ma anche in aziende che svolgono un ruolo chiave nella transizione energetica, quelle che emettono anidride carbonica, ma che potrebbero giocare un ruolo di primo piano nella decarbonizzazione dell’economia trasformando le loro attività.

E’ necessario incoraggiare questi importanti operatori a ridurre le loro emissioni di anidride carbonica attraverso attività di coinvolgimento nel raggiungere tali obiettivi. Poiché chi oggi è la fonte del problema costituirà in futuro una parte della soluzione.

Fonte: Reuters, Climate Accountability Institute, 2019

Ci saranno i “metalli green” che saranno indispensabili ad accelerare le transizioni energetiche, torneremo a focalizzarci sulle forniture di minerali.

LITIO: le auto elettriche funzioneranno con batterie a ioni di litio.
NICHEL: un altro importante elemento vincente della transizione energetica, dato che il processo chimico impiegato per i catodi sulle batterie è incentrato sulla composizione chimica costituita da 80% di nichel.
RAME: quantità di rame necessaria in un’auto elettrica è 5 volte superiore a quella in un’auto media. La quantità di rame impiegata per produrre 1 megawatt di energia da un parco eolico offshore, rispetto alla quantità di rame utilizzata per produrre lo stesso 1 megawatt di energia da una centrale elettrica alimentata a gas naturale, è superiore di 11 volte. Pertanto, l’impiego del rame dovrà essere moltiplicato per 11 nel caso dell’energia eolica offshore.

Inoltre la transizione energetica non potrà fare a meno della tecnologia dei semiconduttori.

Concludendo, il rischio climatico ridefinirà una significativa riallocazione dei capitali. Possiamo pensare che la transizione climatica, volente o dolente, creerà opportunità. La transizione verso il net zero creerà alcuni rischi ma anche una storica opportunità di investimento.

Buona colazione!
Fedora

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