27 Marzo 2020

Si è tanto parlato degli Eurobond.
Ci voleva una emergenza sanitaria senza precedenti per riaprire la strada all’emissione di bond “comuni europei”.
Strumento finanziario che sembrerebbe aver trovato un certo consenso perché consentirebbe agli Stati membri di finanziare le spese straordinarie necessarie per la sanità, per l’acquisto di dispositivi medici e mascherine, per fronteggiare la crisi delle imprese e sostenere le famiglie in una fase di grande difficoltà.

Nella sostanza, qual è la differenza fra le due soluzioni?

Andiamo nel concreto, ci sono due grandi differenze:

  1. La prima è di ordine giuridico: il MES è un fondo già esistente e pronto ad agire, mentre i coronabond richiederebbero se non altro un accordo nuovo fra gli stati membri. Secondo quanto affermato dal direttore del Mes, la creazione dei coronabond richiederebbe parecchio tempo (3 anni)
  2. La seconda è che il MES nasce per crisi finanziarie di singoli Paesi in quanto le sue condizioni di utilizzo presuppongono crisi “asimmetriche”, per quei paesi che per loro colpa non riescono più a rifinanziarsi a tassi corretti perchè hanno perso la fiducia degli investitori.

Quindi il MES presta denaro al SINGOLO STATO in difficoltà a condizione, però, che il suo governo assuma una serie di decisioni:

  1. tagliare le spese
  2. aumentare le imposte

in modo da riequilibrare un eventuale squilibrio di bilancio per permettergli di recuperare la fiducia degli investitori. Il Mes consentirebbe di “responsabilizzare” maggiormente il percettore in quanto quest’ultimo rimarrebbe l’unico responsabile della restituzione del denaro ricevuto.

I coronabond, invece, tanto invocati dall’Italia e dalla Francia sono delle emissioni di titoli che non presupporrebbero alcuna valutazione sulla sostenibilità del debito dei singoli paesi perchè a garantire la solvibilità del coronabond, poi, non sarebbe un singolo Paese, bensì tutti i membri dell’Eurozona congiuntamente.

I Paesi a debito più elevato, così, potrebbero beneficiare della “credibilità” degli stati dalle finanze più solide, potendo finanziare le spese emergenziali a tassi d’interesse più contenuti rispetto a quelli cui sarebbero stati soggetti emettendo debito nazionale.

Il vero motivo è raggiungere una Unione fiscale, un progetto, mai realizzato, che, ha trovato l’opposizione di Paesi più virtuosi a livello di finanze pubbliche e con debito più contenuto.

Dal canto suo la BCE non ha l’autorità di acquistare titoli di Stato di nuova emissione, può solo effettuare acquisti sul secondario grazie allo scudo salva-Spread, come avvenuto qualche giorno fa a mercati aperti.

La BCE può poi intervenite con i consueti strumenti di politica monetaria:

  1. lo strumento dei tassi d’interesse (ormai limitato, siamo a tassi negativi)
  2. il Piano di Quantitative Easing (sempre più imponente)

La possibilità di ricorrere a eurobond, ovvero a bond “comuni”, implicherebbe una coesione delle politiche fiscali che fino ad ora non è mai stata raggiunta. Si tratterebbe di creare una sorta di “Europa Federale” (come sono di fatto gli Stati Uniti D’America), che per mezzo di tasse federali garantirebbe un sistema Sanitario Europeo, un sistema Welfare Europeo, un sistema di Sicurezza Europeo ecc…

Ecco allora che l’arrivo dei “corona bond”, emessi dalla Banca Europea per gli Investimenti, servirebbero per finanziarie tutte le spese destinate all’emergenza; debito nuovo che non andrebbe ad aggiungersi al deficit dei Paesi Comunitari, potrebbe riaprire la strada agli Eurobond, costituendone un “antenato” ed un precedente importante per disegnare il futuro dell’Unione Fiscale.

Assicurando così finanziamento stabile di lungo termine per le politiche necessarie per contrastare i danni provocati dalla pandemia’.

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