
La vittoria di Trump è stata piuttosto marcata e i mercati azionari hanno festeggiato, non tanto il candidato in sé, ma la leadership di un Presidente con una forte maggioranza. Ormai lo sappiamo bene che i mercati non amano le incertezze.
Dopo aver vacillato alla vigilia delle elezioni statunitensi della scorsa settimana, i “Trump trades”, ovvero i movimenti di mercato che cercano di prezzare le politiche dell’ormai presidente eletto, sono rimbalzati con forza, una volta chiarita la portata della vittoria di Donald Trump.
Con il tycoon il mercato si aspetta una politica fiscale espansiva, cioè di sostegno alla crescita economica, ragion per cui i mercati azionari sono aumentati, in particolare le small cap, il Giappone, le azioni nel settore energetico e finanziario. Anche il Bitcoin è salito, così come il dollaro. Al contrario, i titoli del Tesoro statunitense sono scesi.
Perché sono scesi? Perché la discesa dell’inflazione sembra essere più difficile con una crescita importante e la cosa rallenterebbe il taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. Diventa inevitabile, quindi, che i rendimenti salgano e il dollaro si rafforzi.
Sentiment: questo risultato elettorale rappresenta un grande impulso per il sentiment delle piccole imprese americane nel breve termine, poiché i dirigenti prevedono tasse più basse, deregolamentazione e un atteggiamento molto più favorevole verso le fusioni e acquisizioni. Questo probabilmente sosterrà i flussi verso le piccole aziende, il private equity e altre azioni del settore finanziario, sanitario, energetico e industriale ciclico.
Tuttavia, per il 2025 si profila un’incertezza.
Un motivo importante per cui Trump ha ottenuto così tanti voti è che tre anni di alta inflazione hanno lasciato molti consumatori a basso reddito insoddisfatti dell’economia. La disinflazione continua è quindi la cosa più probabile per generare una ripresa della fiducia dei consumatori, ma alcune delle politiche di Trump, come dazi più alti e un’immigrazione più severa, potrebbero arrestare il calo dell’inflazione o persino contribuire a farla risalire.
E per l’Europa che peso avranno i dazi?

La slide mostra la classifica dei principali paesi dell’Eurozona per export verso gli Stati Uniti, con la Germania nettamente al primo posto, seguita da Italia, Paesi Bassi e Francia. Le esportazioni di questi paesi, in miliardi di euro, riflettono l’importanza del mercato americano per l’Europa, in particolare per il settore manifatturiero, l’automotive e altri beni di alta qualità.
I dazi proposti da Donald Trump, se attuati, potrebbero avere un impatto significativo su questi flussi commerciali. I principali paesi esportatori, come Germania, Italia e Francia, sarebbero i più vulnerabili, dato il loro volume di export. I dazi aumenterebbero i
costi dei prodotti europei per i consumatori americani, riducendo la competitività dei beni importati dall’Eurozona e, potenzialmente, causando una diminuzione della domanda negli USA.
Questa mossa potrebbe spingere i produttori europei a ridurre le loro esportazioni verso gli USA o a cercare alternative come mercati di sbocco diversi o strategie per aggirare i dazi, come la delocalizzazione della produzione negli Stati Uniti. Tuttavia, anche gli USA rischierebbero conseguenze negative, poiché molti beni europei, soprattutto nel settore tecnologico e automobilistico, sono difficili da sostituire nel breve termine.
In sintesi, l’imposizione di nuovi dazi potrebbe destabilizzare i rapporti commerciali transatlantici e avere ripercussioni negative su entrambe le economie, innescando una serie di ritorsioni e contromisure da parte dell’UE.
Vedremo nei prossimi mesi come si evolveranno i fatti e come potrebbero impattare sui nostri portafogli.
Fedora